Tutorial originale di Alessandro de Simone
Molti programmatori Linux hanno deciso di “esportare” numerosi programmi nel mondo Windows, per una serie di ragioni che potrebbero forse non interessarci, ma che meritano comunque una certa considerazione. Scaricabile da Internet è infatti il programma grafico GIMP, anch’esso frutto di una evoluzione continua portata avanti da decine di appassionati Linux. In queste pagine dimostreremo che le funzionalità svolte da GIMP sono straordinarie, almeno quanto quelle vantate da Paint Shop Pro, Photoshop ed altri programmi, che magari riteniamo al top nel panorama della grafica per fotoritocco.
Interfaccia insolita
Fin dall’installazione di GIMP è possibile accorgersi che la procedura di installazione è un po’ diversa da quella alla quale Windows ci ha abituati: non solo compaiono richieste di parametri apparentemente insoliti, ma – quando l’installazione sembra conclusa – la successiva apertura del programma continua con nuove richieste. Niente paura: se non sapete che cosa rispondere, o che cosa scegliere dai menu che compaiono, basta premere il tasto Invio per accettare le impostazioni di default, che di solito vanno bene nella stragrande maggioranza dei casi. Una volta che il programma finalmente parte, lo schermo si riempie di numerose finestre flottanti, tanto che non si sa da quale iniziare.

Figura 1. Di tutte le finestre che compaiono, quelle indicate dalla frecce sono le più importanti perché consentono di iniziare subito ad operare.
Paradossalmente, la più importante è una delle più piccole, ed esattamente è quella denominata “The GIMP” e che presenta i familiari menu “File… Help”. Tutte le finestre sono ridimensionabili, ma in realtà – ad eccezione di quelle che contengono menu a discesa – non ha quasi mai senso allargarne le dimensioni se non si vuole perdere superficie preziosa sul monitor. A questo proposito ricordiamo che con programmi professionali di fotoritocco – a tale regola non sfugge nemmeno GIMP – sarebbe opportuno lavorare con schermi da 19 pollici impostati su una risoluzione di (almeno) 1200 x 1024; meglio ancora se si adoperano schede grafiche con uscita su due monitor, del tipo Matrox 550.
Riempimento di aree
Tornando a noi, vedremo di fare subito qualche applicazione pratica, giusto per prendere confidenza con il programma. Occorre ovviamente rendere disponibile almeno un foglio su cui disegnare, operazione che si compie ricorrendo al menu “File/New” ed impostando un’adeguata dimensione (800 x 600 dovrebbe andare bene per i primi esperimenti). Selezioniamo ora un colore per lo sfondo ed uno per il primo piano cliccando due volte, rispettivamente, sulle corrispondenti piccole aree poste in basso a sinistra della finestra principale (“The GIMP”) e scegliendo i colori che più ci piacciono (rosso e bianco negli esempi di queste pagine). Clicchiamo due volte sull’icona che rappresenta una “T” maiuscola – operazione che trasforma il puntatore del mouse nella classica forma testuale – e clicchiamo in una parte qualunque del foglio: immediatamente compare una finestra di scelta (suddivisa in ben tre cartelle di parametri) che è una delle più complete e sofisticate cartelle di scelta mai viste in programmi di fotoritocco. Selezioniamo quindi il font (Arial), le dimensioni adeguate (72 punti) e nello spazio apposito scriviamo un testo qualsiasi. Non appena premiamo il tasto OK, il testo verrà trasferito nella finestra in lavorazione, circondato da un contorno animato: posizionando al suo interno il puntatore del mouse – che si trasforma in una quadrupla freccia – potremo spostare a piacimento la scritta in una parte qualunque del foglio.

Figura 2. Per inserire un testo rosso su fondo bianco bisogna cliccare due volte sulle apposite selezioni (A), quindi scegliere i valori desiderati, per esempio con il metodo RGB per colori (B). Infine premere l’icona “Add text to the image”, cliccare sulla finestra in lavorazione, digitare il testo e premere il pulsante OK.
Per fissare stabilmente la scritta occorre dapprima premere una delle due icone in alto a sinistra (“Select rectangular regions” oppure “Select elliptical regions”), quindi cliccare in una parte qualunque del documento in lavorazione. In caso di ripensamento, sono disponibili diversi livelli di UnDo attivabili grazie alla pressione dei tasti Control + Z. La scritta apparirà riempita completamente con il colore selezionato per il primo piano (rosso). Fino a che la scritta appare con contorno animato – ma lo stesso discorso è valido per qualunque area che in un certo momento appare selezionata – è possibile intervenire sul suo riempimento. Per esempio, premendo l’icona “Fill with a color gradient” è possibile tracciare la direzione lungo la quale imporre il passaggio graduale tra i due colori impostati per il primo piano e per lo sfondo, imponendo perfino la direzione lungo la quale la variazione deve essere visibile.

Figura 3. Il riempimento di un’area complessa è una delle funzioni usate frequentemente dai cosiddetti “creativi”. In figura il riempimento della scritta “PC Pratico” con il colore di primo piano (in basso) e con un gradiente verde/rosso secondo la direzione indicata dal percorso del mouse.
Ma non è finita qui: è possibile assegnare un pattern (immagine bitmapped ripetibile), da scegliere tra una collezione ben nutrita (o da creare in base a proprie esigenze) e riempire l'area selezionata con detto pattern.

Figura 4. Dopo aver selezionato un’area qualunque è possibile riempirla con il colore, il gradiente o il pattern desiderato. Non manca nemmeno lo “stampino”, con il quale riprodurre più volte un medesimo disegno appartenente ad una vasta scelta (in figura, le palle da golf policrome).
Lavorando con le foto
GIMP dimostra di essere all’altezza della situazione anche nei casi in cui si vogliono sfruttare potenzialità sofisticate di fotoritocco. Prendendo una qualsiasi foto, per esempio, è possibile anzitutto intervenire sulle sue caratteristiche geometriche (rotazione, alterazione fattore scala, eccetera), ma soprattutto sulle caratteristiche cromatiche. GIMP mette infatti a disposizione – oltre a quelle già presenti nel programma stesso – decine di filtri ed effetti speciali, scaricabili gratuitamente dal web sotto forma di plug-in di semplice installazione. Le figure di queste pagine dimostrano senza ombra di dubbio che i risultati ottenibili sono di tutto rispetto ma soprattutto, ciò che più conta, del tutto gratuiti e paragonabili a quanto ottenibile con programmi decisamente più costosi.

Figura 5. Le variazioni geometriche sono semplici da applicare e la precisione ottenibile è identica a quella garantita da programmi più blasonati.

Figura 6. Tre effetti “artistici”, scelti a caso tra quelli disponibili. GIMP permette inoltre la gestione di layer e di separazione cromatica degna dei più sofisticati programmi grafici in commercio.

Figura 7. Partendo da una foto banale, magari prettamente “turistica”, è possibile ottenere risultati suggestivi applicando anche uno solo degli effetti speciali messi a disposizione da GIMP.
Abituarsi all’interfaccia
GIMP è un programma realizzato con il contributo di numerosi utilizzatori e programmatori che possono aggiungere funzioni e routine in modo relativamente semplice. Il prezzo da pagare per usare questi contributi si traduce in un’interfaccia apparentemente più macchinosa in quanto – a seconda dei casi – è necessario impostare i vari parametri ricorrendo a finestre di dialogo non sempre intuitive. Prendendo l’abitudine ad usare GIMP, tuttavia, si comprende facilmente che cliccando una sola volta sull’icona della finestra principale “The GIMP” compare immediatamente la finestra relativa ai parametri che caratterizza lo strumento selezionato. Nel caso della finestra “Gradient selection”, inoltre, cliccando due volte su un particolare pattern compare un’ulteriore finestra, che permette di modificarne i parametri. Occorre anche abituarsi al differente sistema usato per “dialogare” con il programma. Lasciando qualche istante il cursore del mouse su un’icona compare, anche con GIMP, l’eventuale messaggio di aiuto esplicativo. Il pulsante destro del mouse, invece, il più delle volte non svolge alcuna funzione: solo premendolo sul foglio in lavorazione permette di accedere ad una miriade di menu contestuali – molti dei quali si diramano a loro volta – grazie ai quali applicare filtri ed effetti speciali, alcuni dei quali visibili in queste stesse pagine. Abbastanza diversa dalla solita interfaccia Windows è invece la forma dei pulsanti disponibili nelle varie finestre di scelta: i piccoli quadratini simulano i pulsanti che possono essere premuti o rilasciati indipendentemente da altri pulsanti dello stesso tipo e corrisponde quindi al classico segno di spunta di Windows. Un pulsante a forma di rombo, invece, è il cosiddetto “radio button” di Windows e consente una sola scelta tra due o più disponibili. La presenza di un piccolo rettangolo, infine, indica la disponibilità di un menu a discesa.

Figura 8. Pulsanti e menu a discesa sono abbastanza diversi tra Windows (nel riquadro a sinistra) e Linux (a destra). La maggiore diversità consiste, più che nella forma diversa degli oggetti, nell’assenza totale del colore bianco: la sua presenza, nell’ambiente Windows, permette forse di riconoscere con maggiore immediatezza il parametro impostato.
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