Editoriale pubblicato nel marzo 2000
Lo slogan della casa automobilistica Honda – preso in prestito per dare il titolo a questa pagina – è un capolavoro di sintesi che racchiude l’essenza stessa delle finalità che la tecnologia si propone di raggiungere: prima si tiene conto dell’uomo, delle sue esigenze e delle sue necessità: si costruisce la macchina capace di soddisfarlo soltanto dopo lo sviluppo di studi accurati e senza mai perdere di vista il protagonista principale, cioè l’uomo.
La tecnologia al servizio dell’uomo, insomma, e non viceversa.
Lo stesso slogan potrebbe però avere un significato profondamente e sarcasticamente diverso quando si considerano altre situazioni ed altri ambienti. Ma vediamo di chiarire il concetto con un esempio significativo.
Scenario: verso la metà dell’anno scorso scoppia come una bomba la notizia secondo la quale si sarebbero tenuti in Italia, dopo anni di totale indifferenza, concorsi pubblici per insegnanti, precari e non. Chi non conosce la tragedia di un posto di lavoro precario di insegnante non è in grado di comprendere la felicità e la contemporanea drammaticità che l’evento rappresenta: migliaia di insegnanti – molti dei quali ultraquarantenni – lavorano nella scuola quasi come lavoratori stagionali; vengono cioè licenziati a luglio per essere (forse) riassunti a settembre e – in certi casi – ricevono il primo stipendio dopo la fine di dicembre, per fortuna con gli arretrati…
La possibilità di ottenere un posto fisso, cioè diventare “di ruolo”, è quindi vista giustamente come una specie di manna, di terra promessa, di limbo leggendario ma anche di ultima spiaggia, soprattutto se si vuole dar credito alla notizia secondo cui non si parlerà mai più di concorsi per molti anni a venire.
Chi non ha la sventura di lavorare per la burocrazia non può conoscere la disgrazia rappresentata dalla tristemente famosa “scadenza delle domande”, data fatidica che non è concesso oltrepassare, pena l’esclusione dal concorso, dal lavoro, dalla vita stessa.
Facile è quindi immaginare l’assiduità con la quale tutti i giorni dello scorso autunno – a mano a mano che si avvicina la data di scadenza – migliaia di precari cercano notizie aggiornate sul da farsi. I giorni passano, le vaghe informazioni riportate sulla pagina Internet ufficiale rimangono tragicamente prive di aggiornamenti, i telefoni degli uffici preposti squillano a vuoto, oppure risultano sempre occupati.
I punti di riferimento di chi non possiede PC e modem sono gli insegnanti informatizzati che si collegano quotidianamente al sito Internet sul quale – si promette – saranno indicate le modalità complete di formulazione delle domande, da presentare ovviamente entro una data improrogabile di scadenza che si avvicina a passi da gigante.
In assenza di informazioni aggiornate, quindi, telefonate frenetiche tra precari si susseguono per avere improbabili notizie fresche sulle domande da presentare; fino a che, ovviamente, l’ultimo giorno utile centinaia di precari alla disperata ricerca di notizie si presentano in massa presso la sede competente.
Un insegnante mi ha raccontato che quel giorno c’era tanta di quella gente che non si poteva nemmeno entrare nella sede (figurarsi nell’ufficio); il tutto per sapere che la data era stata spostata di qualche giorno e che sarebbero state fornite ulteriori informazioni – indovinate dove? – sul sito Internet preposto allo scopo.
Dunque: centinaia di richieste di giorni di ferie per recarsi presso gli uffici “competenti”, centinaia di automobili usate inutilmente, stati d’animo facili da immaginare e, soprattutto, l’umiliazione nel riconoscersi appartenenti ad una categoria che è possibile definire – ma il termine è un eufemismo – bistrattata.
Il tutto perché l’”omino HTML” preposto alla pagina Internet non ha potuto (voluto o saputo, fate un po’ voi) trascrivere una frasetta del tipo “La data in oggetto è stata spostata di una settimana”; a proposito, l’aggiornamento del sito Internet è stato puntualmente effettuato il pomeriggio stesso della data in oggetto, ovviamente dopo essersi accertati che il danno era stato compiuto…
La vicenda è simile a decine di altre che lo stesso lettore, ne sono sicuro, potrebbe raccontare in base alla propria esperienza: code interminabili che si potrebbero evitare, ritardi inaccettabili che non hanno motivo di esistere, incomunicabilità tra cittadini e “autorità competenti”.
Inutile blaterare – e questo è il termine esatto – sui passi da gigante che la burocrazia sta compiendo per informatizzarsi. Basterebbero pochissimi, ed altrettanto significativi, esempi per convincersi che – prima delle macchine – bisognerebbe accertarsi che l’uomo destinato a governarle sappia, e soprattutto voglia, usarle.
First man, then machine. Appunto.
Alessandro de Simone (marzo 2000)
