Editoriale pubblicato nell'aprile 2000

Equivoche trasparenze

Quando sento parlare i nostri politici sulla necessità di garantire la trasparenza in una determinata vicenda mi viene sempre da ridere. In termini politici, in effetti, per “trasparenza” si intende la capacità di fare chiarezza, consentendo a chiunque di esaminare ogni dettaglio.
In termini informatici, come tutti noi sappiamo, per “trasparenza” si intende l’esatto contrario: una certa procedura viene attivata e portata a termine senza che l’utente ne venga minimamente informato. Chissà se i nostri politici, quando insistono sulla trasparenza, la intendono in termini politici o informatici…
Scherzi a parte, la necessità di fare chiarezza quando sono coinvolti vari organismi – soprattutto se gestiscono denaro pubblico – non perderà mai l’attenzione dei mass media, e dei cittadini-contribuenti in particolare. Quando, poi, si tratta di fare chiarezza sulla destinazione poco ortodossa del denaro consegnato spontaneamente in occasioni di “cordate” di solidarietà, viene da chiedersi il danno che ne deriva considerando future occasioni in cui verremo chiamati nuovamente ad essere generosi.
Se ci fosse la possibilità di conoscere in dettaglio che fine fanno le somme raccolte – lira per lira – tanti problemi non avrebbero motivo di esistere perché se all’appello mancasse una sola banconota tale assenza sarebbe sotto gli occhi di tutti e verrebbe subito notata.
Ma che c’entra tutto questo con l’informatica?
Se oggi un comune cittadino vuole conoscere il percorso compiuto da una somma di denaro pubblico – dall’origine alla destinazione – può farlo, ma incontra tanti di quegli ostacoli (richiesta di permessi, autorizzazioni, “Ma lei chi è?” e altre difficoltà) che alla fine getta la spugna, anche se gli viene promessa assistenza da conduttori di trasmissioni televisive o associazioni di solidarietà.
Supponiamo, ora, che tutte le informazioni relative ad una qualsiasi spesa pubblica vengano pubblicate, per legge, su un sito Internet gestito da un determinato ministero. In questo caso chiunque potrebbe esaminare carte, documenti e percorsi e se la lira non torna è molto più semplice – quanto meno – evidenziarlo a dovere.
Ma facciamo un esempio pratico: supponiamo che in una delle prossime disgrazie planetarie sia necessario ricorrere alla generosità dei cittadini chiedendo un libero contributo in denaro da inviare su un certo conto corrente bancario. In Italia gli sportelli sono circa 25mila, ognuno caratterizzato da un codice univoco. Per ognuno di questi sportelli potrebbe essere sufficiente pubblicare su Internet due informazioni: la prima rappresentata da un solo rigo, dal momento che sarebbe relativa solo al codice dell’agenzia ed al totale accumulato (aggiornabile automaticamente, per esempio, con cadenza quotidiana fino allo scadere dei termini); la seconda informazione richiederebbe uno spazio maggiore in quanto riporterebbe, versamento per versamento, tutte le cifre donate e contraddistinte da data, ora, importo e (per salvaguardare la privacy) le sole iniziali dei generosi cittadini. Questi – o chi per loro – potrebbero quindi controllare se per errore la loro donazione risulta assente e, esibendo la ricevuta, chiedere ragione del disguido che altrimenti non potrebbe essere rilevato.
In termini di spazio occupato sul web il numero di byte è talmente basso che sfiora il ridicolo: tenendo conto della modestia dei dati da riportare (data, importo, codici e così via) ho eseguito personalmente una verifica provando a inserire migliaia di dati casuali, ma verosimili, in un foglio elettronico; verifica, ovviamente, che anche i nostri lettori possono fare sul loro PC. Forse non basterebbe lo spazio messo a disposizione gratuitamente dal mio provider, ma data l’importanza della faccenda penso che un centinaio di megabyte (non di più, codici HTML compresi) potrebbero bastare per recuperare una credibilità compromessa.
E non venitemi a dire che da un punto di vista tecnico l’aggiornamento dei dati costituisce un ostacolo. Il problema, semmai, è un altro: una volta accertato che tutti i conti tornano, potrebbe venire in mente di pubblicare su Internet, ovviamente documentandoli fino all’ultima lira, anche i costi di gestione delle merci acquistate in seguito alle donazioni e, perché no, il costo delle consulenze degli esperti, delle loro segretarie, delle note a piè di pagina e degli affitti di alberghi, campi sportivi ed automobili.
E perché, poi, fermarsi alle operazioni di solidarietà? A qualcuno – e non solo agli addetti ai lavori che, come ben sappiamo, hanno il diritto di accedere liberamente ai dati in questione – potrebbe venire in mente di esaminare i bilanci di altri settori pubblici, e trarne le dovute considerazioni.
Se tutto questo non è possibile, magari non solo per questioni tecniche, la sfiducia in certe operazioni potrebbe prendere il sopravvento e consigliare al cittadino altruista di esprimere la propria generosità solo “in diretta”, consegnando qualche banconota direttamente nelle mani del lavavetro fermo al semaforo per essere sicuro della destinazione e della trasparenza. Per lo meno del parabrezza…

 

Alessandro de Simone (aprile 2000)