Editoriale pubblicato nel novembre 2000

Portatili tuttofare

Curiosando sugli scaffali dei negozi specializzati, come pure tra gli stand di importanti manifestazioni fieristiche del settore informatico, fanno bella mostra di sé i nuovi oggetti del desiderio. Mi riferisco ai palmtop, la cui linea evolutiva è destinata ad incontrarsi con l’altra grande “famiglia” di oggetti ad alto contenuto tecnologico, i telefonini cellulari.
Questi ultimi, nel loro attuale formato e configurazione, dovranno infatti cedere il passo ai futuribili telefonini UMTS che permetteranno di connettersi a Internet grazie alla webcam incorporata.
L’andamento di vendite esponenziale degli attuali GSM, soprattutto da quando i prezzi al pubblico sono diminuiti ed è esplosa la mania dei messaggi SMS, fa prevedere un’analoga esplosione dei prossimi UMTS, a patto che prevalga il buon senso nel determinare eventuali canoni e prezzi delle conversazioni.
Considerando lo stato attuale delle cose, e mi riferisco ai telefonini, il successo di vendita è da attribuire contemporaneamente a diversi fenomeni: anzitutto l’abbassamento dei prezzi, poi la relativa facilità di uso, la diffusione della cultura tecnologica e una nuova voglia di comunicare, soprattutto tra i giovani. Quando sarà possibile guardarsi in faccia mentre ci si parla, la voglia di comunicare crescerà a dismisura.
Ma torniamo ai palmtop e consideriamo l’altra linea evolutiva che li incrocia: i notebook. Sono, questi, in crescita costante sia come diffusione tra gli utenti (soprattutto tra quelli appartenenti ai ceti medio alti) sia in rapporto al totale dei PC venduti. Stiamo però parlando di apparecchi il cui prezzo medio è di almeno quattro / cinque milioni: i modelli entry level (che si posizionano a meno di 3 milioni) non sempre risolvono problemi tipici di un utente evoluto abituato a lavorare in un certo modo (ed anche, perché no, a mettere in bella vista un inequivocabile status symbol). La linea conduttrice comune delle varie aziende produttrici di notebook sembra essere la stessa, vale dire l’offerta di macchine che sostituiscano il PC dell’ufficio, consentendo di operare in qualsiasi luogo – ed in perfetta autonomia – con la medesima macchina, medesima configurazione di programmi e, ovviamente, medesimo aspetto del desktop.
Se, però, i manager possono permettersi il lusso di (far) spendere alcuni milioni senza batter ciglio, altri utenti, che si accontenterebbero di potenze nettamente minori, restano al palo, rinunciando a spendere cifre che, per quanto ridotte, non si posizionano mai al di sotto dei 2,5 milioni.
L’interesse abbastanza vivo per i palmtop, invece, dovrebbe dimostrare l’esistenza di almeno due categorie di utenti finora bistrattate: coloro che non hanno alcuna intenzione o necessità di sostituire il PC di casa o dell’ufficio (ma che gli affiancherebbero volentieri un portatile, purché di prezzo ragionevole) e coloro che non sentono ancora il bisogno di posizionare un ingombrante oggetto nella propria casa, ma che prenderebbero in seria considerazione l’acquisto di un computer abbastanza piccolo, soprattutto capace di connettersi a Internet, scaricare la posta e – magari – scrivere documenti o fare un paio di calcoli con uno spreadsheet.
La tecnologia attuale potrebbe certamente offrire un “oggetto” di questo tipo, proponendo un notebook abbastanza potente (per esempio, classe Pentium 233) che, nonostante sia ormai un ricordo, sarebbe caratterizzato da prestazioni di tutto rispetto per le funzioni chiamato a svolgere, soprattutto se paragonato ad un modernissimo palmtop. La capacità attuale di miniaturizzare i circuiti consente infatti di racchiudere in un numero esiguo di chip tutte le necessità di elaborazione che, ai tempi dei notebook basati sul Pentium 233, richiedevano invece un numero elevato di circuiti che, tra le altre cose, rappresentavano allora il top sia della evoluzione tecnologica sia dei costi. Con la tecnologia attuale, invece, i costi di produzione sarebbero decisamente più modesti, soprattutto se si decidesse di offrire anche modelli dotati di schermi in bianco e nero, chissà perché scomparsi completamente da qualche anno.
Dopo le considerazioni esposte, è lecita una domanda: a parità di prezzo al pubblico (poco più di un milione) si sarebbe tentati dall’offerta di un palmatop dell’ultima generazione (leggi: schermo piccolo, assenza di disco rigido, sistema operativo simile – ma non uguale – a quello usato abitualmente, assenza di tastiera, conseguente scomodità di utilizzo), oppure da un vero notebook dotato di comoda tastiera, mouse, schermo 800 x 600 (anche se in b/n) realmente portatile – anche se non proprio tascabile – dotato di autonomia adeguata e pronto anch’esso per Internet?
Il fatto è, come mi è capitato di affermare in precedenza, che se si immettesse sul mercato un oggetto tecnologicamente maturo (e quindi facilmente realizzabile da un elevato numeri di potenziali concorrenti) la supremazia tecnologica di pochi rischierebbe di diventare una vittoria di Pirro. Un modo per evitare un simile pericolo può consistere nel ritirare dal commercio sistemi operativi che richiedano risorse limitate e distrarre i potenziali acquirenti proponendo PC caratterizzati da potenze sempre più elevate (ma non richieste) e altre meraviglie (che verranno usate molto raramente). Chi non può, o non vuole, spendere cifre elevate per un “vero” notebook, deve quindi rassegnarsi ad usare un surrogato di PC, certamente “simpatico” e indubbiamente tascabile, ma non si sa quanto realmente utile per soddisfare le proprie esigenze di mobilità.

 

Alessandro de Simone (novembre 2000)