Editoriale pubblicato nel dicembre 2000
Mentre ci aggiriamo ignari e felici sulla Rete delle Reti, è probabile che qualcuno stia esaminando con cura la nostra attività e ne prenda nota scrupolosamente. In qualche parte del mondo viene così aggiunto un nuovo record ad un immenso database, oppure si modifica quello già esistente sulla nostra persona che ci descrive nei minimi dettagli. Non è fantascienza, ma una delle tante possibilità oggi messe a disposizione dai maghi della programmazione che, incuranti delle possibili conseguenze, sfidano le severe leggi sulla tutela della privacy.
Non tutti ricordano le prime “raccolte” di e-mail – effettuate ad insaputa degli utenti di Internet – nate dalla nobile(?) esigenza di individuare eventuali messaggi scambiati tra potenziali terroristi. Forse ci si aspettava di individuare lettere del tipo: “Con la presente Vi sollecitiamo la spedizione di n. 12 bombe a mano, in base a ns. richiesta effettuata in data…”: Il buffo fu che la notizia di tale controllo trapelò e si diffuse immediatamente sul web; e ciò grazie alla tradizionale riservatezza che caratterizza abitualmente gli ambienti dello spionaggio e che tanti spunti offrono per la realizzazione di film demenziali su agenti imbranati. Ricorderete certamente che, non appena la notizia si diffuse, decine di migliaia di utenti si scambiarono e-mail contenenti parole chiave del tipo “bombe”, “esplosivo”, “attentato” in ogni lingua: il risultato, figuraccia a parte, fu l’intasamento del mainframe incaricato di raccogliere, interpretare e catalogare le mail che contenevano quelle parole.
L’occasione fu però preziosa per riflettere sulla straordinaria potenza messa a disposizione dalla tecnologia informatica. Oggi sappiamo per certo che un banner apparentemente innocuo, come pure un cookie a prima vista inoffensivo, possono contenere codice utile o rappresentare un gruppo di dati per inviare – chissà poi a chi – informazioni dettagliate su numerose nostre attività: tempo di permanenza su una certa pagina web, individuazione di quali e quante altre pagine esaminiamo nel corso del collegamento e così via. Non mi stupirei affatto – anzi, mi stupirei del contrario – se, in nome del controllo della legalità, venisse periodicamente inviato l’elenco del software installato sul PC di turno, magari raffrontandolo con l’effettiva registrazione che risulta nei repertori di una certa azienda produttrice di quel software.
“Il fine giustifica i mezzi”, oppure “Se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere” sono le classiche frasi pronunciate in queste occasioni, con lo scopo di mettere in cattiva luce chi, invece, identifica come una vera e propria ingerenza l’attività occulta di invio dei dati.
Le frasi di prammatica prima citate devono evidentemente avere un valore pressoché nullo. Le varie aziende sospettate di svolgere attività insolite (catalogate eufemisticamente come “ricerche di marketing”) interpellate al riguardo si affrettano anzitutto a negare, quindi ad assicurare che le informazioni eventualmente prelevate sono del tutto anonime e comunque elaborate nell’interesse esclusivo del navigatore.
E’ il solito problema del controllo delle informazioni, che porta sempre e comunque alla fatidica domanda: chi controlla i controllori? Le rassicurazioni delle aziende che mettono nel nostro PC i cookie a nostra insaputa o di quelle che – con maggiore efficacia e molto più rapidamente – offrono servizi gratuiti in cambio di qualche nostro dato personale, possono essere affidabili e credibili; oppure no. Ma se quest’ultimo fosse il caso, sarebbe comunque difficile stabilire se uno dei cookie che mi ritrovo nel PC serve effettivamente a ridurre i tempi di connessione.
Per quello che mi riguarda, il file depositato nel mio PC potrebbe essere il risultato della “mutazione” di un non meglio identificato “agente informatico” che, dopo aver elaborato (e trasmesso a chi di dovere) qualche mio dato personale, ha cambiato rapidamente forma ed è diventato un semplice cookie-civetta, utile magari per essere individuato – da qualche altra, misteriosa procedura – nel corso delle mie prossime connessioni.
Forse esagero, ma a scanso di equivoci mi sentirei più tranquillo se, visitando una pagina web, trovassi un avviso del tipo “La società PincoPallino garantisce l’assoluto rispetto della privacy del navigatore ed è pronta a rispondere penalmente e civilmente qualora tale affermazione non dovesse corrispondere al vero”.
Vedo già centinaia di avvocati all’orizzonte…
Alessandro de Simone (dicembre 2000)
