Editoriale pubblicato nel febbraio 2001
Mi sembra di capire che la legge sul diritto d’autore consente lo sfruttamento commerciale di un’opera d’ingegno per una durata di 70 anni dopo la morte del suo autore. Se quest’interpretazione è corretta, ciò significa che oggi dovrebbe essere possibile per chiunque fabbricare apparecchi o pubblicare romanzi e poesie di autori deceduti prima del 1930; ma anche suonare in luoghi pubblici motivetti e canzoni in voga in quei tempi; senza ovviamente pagare una lira a chicchessia, eredi (soprattutto) compresi.
Per quale motivo la durata sia stata stabilita in 70 anni – non di più né di meno – confesso che mi è misterioso; è però presumibile che, ai tempi dell’entrata in vigore della legge, tale durata fosse ritenuta sufficientemente ampia perché l’obsolescenza (o il semplice passar della moda) rendesse di fatto inutile una protezione maggiore. Forse si è preferito definire un periodo ampio, ma severamente limitato, perché non se la sentivano di mettere per iscritto “fino alla fine dei secoli”.
La legge sul diritto d’autore non solo prevede una barriera temporale di tutto rispetto, ma di recente è diventata singolarmente feroce per ciò che riguarda le sanzioni, anche nei confronti dei più sprovveduti. I controlli recenti, più accurati che nel passato, hanno tuttavia dimostrato che l’aumento della pena non ha comportato una corrispondente diminuzione delle copie illegali, né una limitazione del fenomeno in genere. Del resto è noto da tempo che, con l’inasprimento delle sanzioni, i più abili – vale a dire i delinquenti abituali – riescono sempre a farla franca, mentre nella rete rimangono i pesci più piccoli e, tutto sommato, i meno pericolosi.
L’applicazione di bollini di vario genere su opere originali, inoltre, ha dimostrato nel passato una limitata utilità per le banane (la moda si è infatti diffusa per ogni tipo di frutta, con la sola eccezione delle ciliegie) e in concreto rappresenta un’inutile – e soprattutto costosa – operazione aggiuntiva che nessuna garanzia ulteriore offre a chi detiene legalmente i diritti di riproduzione, mentre non spaventa affatto chi questi diritti non li ha mai rispettati (e non ha alcuna intenzione di rispettarli in futuro).
Non volendo essere frainteso, è quindi opportuna una precisazione: lo sfruttamento commerciale di un’opera d’ingegno va giustamente tutelato e non lo dico per interessi strettamente personali (mi seccherebbe sapere che un mio libro viene fotocopiato e divulgato illegalmente) ma proprio perché l’autore di un’opera – qualunque essa sia – dedica tempo e pazienza per un’attività che in qualche modo deve pur essere remunerata.
Il problema, a mio parere, non è quello di trovare un sistema che impedisca – tecnicamente o legalmente – una duplicazione illegale. L’attenzione dovrebbe infatti essere spostata da un lato limitando la convenienza economica ad utilizzare copie illegali (proponendo cioè prezzi ragionevoli), dall’altra a mettere in vendita prodotti talmente economici da rendere inutile la duplicazione nonostante possa risultare economicamente conveniente. In entrambi i casi si tratta di fare un confronto economico non assoluto, ma relativo al potere d’acquisto del potenziale cliente. Pensiamo, per esempio, ad un ufficio in cui lavorano una dozzina di impiegati. In teoria (leggi a parte) un solo impiegato potrebbe presentarsi al mattino con una copia del quotidiano, letto abitualmente anche dagli altri colleghi, e realizzare dodici fotocopie da distribuire. Nonostante la gratuità dell’operazione (l’utilizzo della fotocopiatrice degli uffici, si sa, è gratis…) sono sicuro che nessun impiegato si organizza in tal senso per leggere un giornale a scrocco: è molto più dignitoso acquistarlo per proprio conto, oppure farselo passare da chi ha terminato di leggerlo.
Ben diverso è il caso di uno studente impegnato in una tesi di laurea: se dovesse acquistare tutti i libri su cui documentarsi dovrebbe ricorrere ad un mutuo, e non è un’esagerazione. E’ ovviamente molto più economico recarsi presso una biblioteca e consultare (e fotocopiare entro i limiti permessi dalla legge) tutti i volumi che vuole. La consultazione gratuita di opere d’ingegno – in una biblioteca reale o virtuale (Internet) che sia – è per fortuna ancora lecita, e non sarebbe del resto possibile applicare restrizioni né effettuare controlli. Del resto, che cosa accadrebbe se si impedisse la diffusione della cultura?
Occorre poi considerare la condotta di alcune aziende di software che – paradossalmente, proprio nello stesso periodo dell’inasprimento delle pene – hanno deciso di rinunciare del tutto allo sfruttamento commerciale di alcuni prodotti, offrendo gratuitamente applicativi professionali di tutto rispetto, certamente competitivi con altri programmi, che restano inspiegabilmente costosissimi. Sono, questi, segnali inequivocabili di una rivolta contro un monopolio di fatto che, lungi dal garantire una mal intesa libertà, rischia di convogliare l’intero settore informatico nella mani di un solo operatore; capace – quello sì – di trasformarsi in un orwelliano, temibile Grande Fratello.
Alessandro de Simone (febbraio 2001)
