Editoriale pubblicato nel giugno 2001
Da un po’ di tempo assistiamo ad una sistematica e quasi violenta controffensiva messa in atto da società che, titolari di diritti d’autore, intendono proteggere al massimo la fonte di cospicue rendite finanziarie.
Le mosse più ardite, da un punto di vista legale, sono tradizionalmente attuate da società cinematografiche e di edizioni musicali, che dichiarano perdite di ingenti introiti causate – a loro dire – dalla duplicazione illegale di videocassette, DVD, e CD musicali. Questi ultimi rappresentano il fenomeno più eclatante, per almeno due motivi: il primo è dovuto all’enorme “consumo” di musica da parte di decine di milioni di audiofili; il secondo chiama in causa il famigerato standard MP3, che permette di distribuire velocemente, grazie ad Internet, brani musicali di ogni tipo. Se, almeno per ora, il fenomeno non è stato altrettanto massiccio per i film, il motivo è da attribuire non certo alla scarsa considerazione da parte dei consumatori, ma solo alla limitata velocità offerta dalla Rete per trasmettere ore di filmati in qualità accettabile.
In questi giorni dovrebbe entrare in pieno vigore il controllo di siti, del genere “Napster”, che in un modo o in un altro tenderà a limitare il fenomeno della divulgazione non autorizzata di brani sonori. Sempre in questi giorni, dovrebbe essere messa in atto la tecnica che permette di individuare il PC su cui viene installato un certo applicativo, in modo da autorizzare quell’unico PC ad usufruire della specifica abilitazione all’utilizzo. Ancora: è in fase di avanzata lavorazione la tecnologia necessaria per proteggere i libri compatibili con gli e-book, metodo rivoluzionario per favorire la diffusione delle opere letterarie, e non solo.
Da quando è esploso il fenomeno Napster, i brani musicali che hanno illegalmente percorso la Rete sono stati decine di milioni. Sarebbe però ingenuo ritenere che le case discografiche abbiano realmente subito un danno quantificabile nel proporzionale minor numero di vendite: l’adolescente che ha scaricato l’intera opera discografica di Madonna – e che magari ascolta di rado – difficilmente l’avrebbe acquistata se non avesse avuto la possibilità di scaricarla da Internet. Del resto, ammettendo che lo stesso adolescente sia riuscito a scaricare alcune centinaia di ore di musica, quando avrà il tempo di ascoltarle tutte? E’ molto più probabile che, dopo i primi entusiasmi al pensiero di possedere l’equivalente di parecchi milioni di lire racchiusi in pochi CD-ROM in formato MP3 – i brani scaricati giacciano inascoltati in un cassetto, al fianco degli album delle figurine dei calciatori, scambiati ai tempi delle scuole elementari, e rimasti lì solo perché rappresentano un piacevole ricordo.
Per quanto riguarda le sofisticate tecniche di “protezione”, a pochi viene in mente di pensare che i (costosissimi) sforzi per introdurre protezioni di vario tipo potrebbero a malapena limitarsi a compensare il maggiore introito economico derivante da un presunto aumento delle vendite, che le aziende di software sperano venga immediatamente generato dalla “impossibilità” di copiare e distribuire illegalmente.
La pesantezza di software commerciali, sistemi operativi compresi, è facilmente verificabile: alcune versioni di Linux e dei programmi ad esso legati – non solo distribuiti gratuitamente, ma addirittura in formato sorgente – hanno da sempre esigenze decisamente modeste in termini di risorse hardware. E’ possibile affermare che, rispetto ad un PC basato su Windows (ovviamente a parità di potenzialità), un gruppo di programmi che girano contemporaneamente su Linux si accontentano di un PC vecchio di almeno un paio di generazioni hardware rispetto a quella attuale. E’ quindi legittimo ritenere che l’assenza delle pesanti richieste di protezione permetterebbe di avere programmi più veloci e versatili, oppure – fa lo stesso, da un punto di vista strettamente economico – di continuare ad usare PC erroneamente considerati obsoleti.
In definitiva, costringere gli utenti a sborsare somme consistenti per entrare in possesso (anzi “in comodato d’uso”) di uno o più applicativi, può avere, come comprensibile contromossa, la riconsiderazione di altri programmi decisamente più economici (se non addirittura gratuiti), forse trascurati finora solo per questioni di moda o di pigrizia.
Gli analisti delle grandi software house avranno certamente fatto bene i loro conti: attendiamo ora di scoprire il risultato delle loro previsioni, perché verranno presto messe alla prova. Rimane il fatto che il concetto di “giusto” guadagno su opere di ingegno viene sempre più spesso messo in discussione dalla disponibilità di centinaia di applicativi gratuiti, presenti sulla stessa Rete; applicativi realizzati magari proprio da programmatori che, rassegnati ad essere sconfitti nella lotta impari con i “grandi” del software, sembrano dire: “Il mio programma è migliore del tuo, se non altro perché è gratis”.
Resteranno inascoltati ancora a lungo?
Alessandro de Simone (giugno 2001)
