Editoriale pubblicato nel dicembre 2001
Nelle note di questa pagina, volutamente più brevi del solito, mi piacerebbe riflettere su un aspetto particolarmente delicato, che è comunque legato al mondo della tecnologia.
Il progresso raggiunto dall’umanità, soprattutto da quella parte che lavora per alleviare le sofferenze ed offrire una qualità di vita sempre più dignitosa, si attesta su un livello apparentemente elevatissimo, ma nonostante ciò, suscettibile di ulteriori passi in avanti.
È con grande amarezza che occorre invece constatare una paradossale contraddizione: da un parte assistiamo, pressoché impotenti, all’utilizzo di una parte di tale tecnologia (Internet, reti satellitari, spostamenti di capitali ed altro) per fini a dir poco illegali, come l’organizzazione di reti terroristiche (il bagliore degli aerei che esplodono sulle Twin Towers non verrà mai dimenticato da nessuno). Dall’altra dobbiamo riconoscere – o meglio, ci costringono a riconoscere – che le potenzialità offerte dalla moderna tecnologia elettronica (avete già dimenticato i radar di Linate, o meglio la loro assenza?) vengono trascurate per questioni di burocrazia, se non addirittura esclusivamente economiche.
Non serve a nulla promuovere ricerche, inaugurare studi sperimentali, premiare scienziati e tecnici se poi, nel concreto, non si trasferiscono nel quotidiano i vantaggi offerti dalle innovazioni. Ma non è comunque necessario riferirsi a grandi temi o terribili tragedie per valutare i risvolti negativi di alcuni fenomeni. Restando nel quotidiano, per esempio, non riesco ancora a capire la necessità di spendere 500 miliardi (oops! mi accorgo che ragiono ancora in termini di “lire”…) per realizzare un censimento quando, con procedure automatiche, si potrebbero “incrociare” i tabulati informatici dei vari comuni e trarre conclusioni sicuramente più precise, per non parlare del tempo necessario per portarle a termine.
In una società sicuramente evoluta come la nostra, decisamente all’avanguardia e incontestabilmente tecnologica, oggi ci ritroviamo ad avere paura di salire su un aereo, di prenotare un Eurostar o di affrontare perfino una banale operazione chirurgica. Se troviamo un sacchetto abbandonato per terra pensiamo chissà che cosa possa contenere e ci chiediamo se non sia opportuno telefonare alle forze dell’ordine per segnalare il caso.
Ed ecco che, in una società istintivamente portata ad incrementare i contatti sociali eliminando ostacoli di ogni natura, ci ritroviamo invece a chiuderci sempre più in noi stessi, a rinunciare a qualche viaggio (se non, addirittura, ad una semplice gita) e ad avere paure e timori di cui non avremmo mai sospettato l’esistenza.
Ma dallo schermo del nostro monitor, che ci osserva fedele e rassicurante, il nostro browser ci invita a digitare un link di cui abbiamo sentito parlare, o controllare eventuali aggiornamenti di un sito che avevamo memorizzato a suo tempo tra i nostri preferiti. Il nostro client di posta elettronica, da parte sua, ci suggerisce di spedire qualche mail a vecchi e nuovi amici, magari per riprendere contatti interrotti da tempo. E mentre digitiamo i nostri messaggi sulla tastiera, oppure partecipiamo a chat probabilmente meno demenziali del solito, ci accorgiamo che questa voglia di stare insieme, di vivere – comunque ed a qualunque costo – si manifesta anche quando, non certo per nostra volontà, ci costringono ad allontanarci gli uni dagli altri, non importa se per fredda e delinquenziale determinazione, per pura mancanza di responsabilità o per semplice menefreghismo.
Buon Natale, insomma, sperando tutti in un anno nuovo un po’ più tranquillo.
Alessandro de Simone (dicembre 2001)
